La paura dell’Intelligenza Artificiale e la crisi culturale del sistema educativo italiano

Pubblicato il 4 dicembre 2025 alle ore 12:04

Il sistema educativo italiano si trova oggi al cospetto di una delle mutazioni più significative della sua traiettoria recente. L'Intelligenza Artificiale (IA), che in passato era confinata ai settori di nicchia dell'informatica e della robotica, è ora un elemento portante della quotidianità. La sua diffusione è ormai pervasiva: spazia dalla generazione di contenuti all'analisi dei dati, dalla gestione delle informazioni alla comunicazione.

Nel dicembre 2025, in occasione di una relazione sulle prospettive economiche europee, Mario Draghi ha messo in luce come l'ostilità verso il progresso tecnologico rappresenti uno dei maggiori fattori di rischio sistemico per la competitività dell'Italia. A suo avviso, non solo è un errore strategico frenare o contrastare l'IA, ma è anche un atto che mina il dovere collettivo verso le prossime generazioni (Draghi, 2025).

Questa considerazione è particolarmente calzante nel contesto scolastico, dove l'avversione all'IA si manifesta in modo radicato e diffuso.

L'IA come crisi d'identità professionale

Molti docenti percepiscono l'introduzione dell'Intelligenza Artificiale come una minaccia alla propria autorità, alle proprie competenze distintive e, in ultima analisi, alla propria identità professionale. Questa preoccupazione, intrisa di componenti emotive e culturali, rischia di evolvere in un ostacolo strutturale. Se tale resistenza non viene gestita con efficacia, l'intero sistema formativo potrebbe fallire nel suo compito primario: equipaggiare i cittadini di domani.

In questa sede, la paura non è interpretata come una debolezza individuale, ma come un fenomeno collettivo che evidenzia una più ampia crisi culturale: la difficoltà della scuola italiana ad allinearsi con la rapidità del mutamento.


La natura della preoccupazione: emotiva e simbolica

La paura è una delle reazioni più innate dell'umanità, un meccanismo adattivo che scatta di fronte a un pericolo. Nel caso dell'IA, la minaccia percepita non è materiale o immediata, ma simbolica: è il timore di essere superati, resi superflui o sostituiti.

Numerosi educatori paventano che le macchine possano emulare capacità storicamente considerate esclusive dell'uomo, come la creazione testuale, la spiegazione di concetti astratti o la risoluzione di problemi complessi. Questa inquietudine è esacerbata dalla rapidità con cui l'IA ha raggiunto livelli di sofisticazione prima impensabili.

Secondo lo storico Yuval Noah Harari (2018), la reazione umana di fronte all'automazione cognitiva differisce profondamente dalle precedenti rivoluzioni industriali, perché il processo automatizzato non è più il lavoro fisico, ma una capacità mentale che l'uomo ha sempre considerato il fondamento della propria unicità (Harari, 2018).

Se i sistemi automatici possono scrivere, tradurre, riassumere e ragionare con crescente complessità, qual è il ruolo rimanente per l'essere umano? Molti insegnanti recepiscono questa domanda come un attacco alla propria ragione d'essere professionale. La paura non è dunque solo timore della tecnologia, ma paura della perdita di significato. È cruciale intervenire su questo piano emotivo e identitario per evitare che l'inquietudine si trasformi in immobilità.


La paura come fattore di stasi culturale

L'ansia collettiva può diventare un potente deterrente. Il filosofo Luciano Floridi ha frequentemente rimarcato che l'Italia soffre di una carenza di cultura digitale che va oltre le mere competenze tecniche e riguarda la visione prospettica e la fiducia nelle potenzialità dell'innovazione (Floridi, 2020).

Quando il timore sfocia in un rifiuto sistemico, si genera ciò che Floridi definisce una "società non informata del proprio tempo". L'istituzione scolastica, che per sua vocazione dovrebbe promuovere l'apertura mentale e l'adattamento al cambiamento, rischia paradossalmente di diventare il luogo in cui la paura si consolida e viene trasmessa ai giovani.

Il richiamo di Mario Draghi (dicembre 2025) è orientato a superare questa esitazione attraverso una strategia basata sulla conoscenza e la responsabilità. La sua tesi, secondo cui nessun Paese può permettere che la paura dell'innovazione prevarichi il desiderio di progresso, si allinea con altre visioni internazionali. Il fisico Max Tegmark (2018) equipara il rigetto dell'IA al rifiuto di una nuova fase evolutiva umana, mentre Ray Kurzweil (2024) sostiene che l'IA non sminuisce l'uomo, ma ne amplifica le capacità, aprendo orizzonti di potenziamento e creatività senza precedenti.

Queste prospettive, pur potendo sembrare iper-ottimistiche, poggiano su una verità fondamentale: l'apprensione paralizza, mentre la comprensione permette il controllo. Questa tensione tra timore e assimilazione è ciò che definisce l'attuale scenario educativo italiano.


La Scuola come fucina di mediazione tra umanità e tecnologia

La scuola è, per definizione, un catalizzatore di mediazione culturale. È qui che si forgia la visione del mondo delle nuove generazioni, si trasmettono i principi fondativi della società e si apprendono le norme della convivenza civile. In un'epoca in cui l'Intelligenza Artificiale svolge un ruolo sempre più determinante nella costruzione della realtà, l'istituzione scolastica non può sottrarsi a un confronto diretto.

È cruciale ribadire che l'IA non può sostituire la relazione pedagogica. Il legame tra docente e discente è radicato nella fiducia, nell'attenzione ai bisogni emotivi e cognitivi, nell'ascolto empatico e nell'accompagnamento progressivo. Nessun algoritmo, per quanto avanzato, può replicare la complessità etica e affettiva di tale interazione. John Searle (2010) ha osservato che le macchine possono imitare il linguaggio ma sono prive di intenzionalità mentale, ovvero la capacità di orientarsi verso il senso del mondo, tratto distintivo dell'essere umano.

La scuola, quindi, non deve difendersi dalla tecnologia, ma ridefinire il proprio ruolo alla luce delle nuove possibilità. L'IA può diventare uno strumento potente per la personalizzazione dell'apprendimento, per l'inclusione e per il potenziamento delle competenze logiche, scientifiche e linguistiche. La scuola può trasformarsi in un vero e proprio laboratorio dove gli studenti non solo imparano a utilizzare le tecnologie, ma anche a comprenderle, criticarle e gestirle con consapevolezza.


Il divario crescente tra università e istruzione secondaria

Gli atenei italiani hanno già intrapreso l'introduzione di curricula dedicati all'Intelligenza Artificiale, con percorsi interdisciplinari che amalgamano umanesimo digitale, scienze cognitive, informatica e filosofia della tecnologia. Questa scelta strategica testimonia che l'IA è vista come un pilastro della formazione dei futuri professionisti. Nel mondo accademico, la conoscenza dell'IA è sempre più riconosciuta non come un'abilità settoriale, ma come una nuova competenza trasversale.

La scuola secondaria, al contrario, vive un paradosso: da un lato, le direttive ministeriali (come le Linee guida del 2025) incoraggiano un'integrazione responsabile dell'IA nella didattica; dall'altro, molti insegnanti oppongono resistenze che impediscono la concreta evoluzione delle pratiche quotidiane.

Questo disallineamento rischia di generare una faglia nel percorso formativo degli studenti. Chi accede all'università senza una basilare alfabetizzazione all'IA si troverà in una posizione di netto svantaggio cognitivo rispetto ai coetanei. È perciò imperativo che la scuola colmi rapidamente questo ritardo.


Una nuova "Alfabetizzazione di cittadinanza"

Educare all'Intelligenza Artificiale significa instaurare una nuova forma di alfabetizzazione. Questo non è un insegnamento puramente tecnico, ma un'educazione alla comprensione critica. Implica insegnare agli studenti a discernere le potenzialità e i limiti di una macchina, a riconoscere i rischi dell'automazione, a identificare un contenuto generato artificialmente, a gestire la propria privacy e a costruire un pensiero autonomo in un ecosistema ricco di assistenti digitali.

Daniel Dennett (2017) ha sostenuto che la tecnologia funge da estensione della mente umana e che comprendere questa estensione significa acquisire una maggiore consapevolezza di sé stessi. In quest'ottica, la missione della scuola è integrare l'IA non per soppiantare l'intelligenza umana, ma per potenziare la capacità dell'uomo di interpretare e modellare il mondo.


La conoscenza come antidoto alla paura

Il superamento della paura si ottiene con la conoscenza, non con la rimozione del problema. La scuola deve guidare i docenti in un percorso di aggiornamento continuo che li metta in condizione di comprendere l'Intelligenza Artificiale non solo sul piano tecnico, ma soprattutto su quello culturale ed educativo. È indispensabile edificare una pedagogia dell'IA che ponga al centro l'essere umano, la sua capacità critica e la sua responsabilità etica.

L'educazione all'Intelligenza Artificiale non è un lusso culturale, ma una necessità democratica. Senza una preparazione adeguata, la società rischia di soccombere alla disinformazione, alla manipolazione algoritmica e a una cieca delega alle macchine. La scuola, al contrario, può divenire il luogo in cui la società impara a utilizzare l'IA senza esserne soggiogata.

L'umanità, la tecnologia e l'imperativo del futuro

L'Intelligenza Artificiale non annulla l'essenza dell'essere umano. La sua presenza ci rammenta, anzi, che l'uomo detiene qualità insostituibili per le macchine: la sensibilità, la coscienza, la sfera emotiva, la responsabilità morale e la creatività autentica. La paura generata da questo confronto è ancestrale, simile a quella che accompagnò l'avvento della stampa o dell'elettricità. La storia, tuttavia, insegna che il futuro non può essere guidato dalla paura, ma solo dalla conoscenza.

Il compito del sistema scolastico italiano è convertire questa apprensione in consapevolezza e cultura. Se ci riuscirà, non solo preparerà gli studenti ad affrontare il cambiamento, ma contribuirà a forgiare una società più libera, più informata e più capace di governare l'innovazione. Viceversa, se il timore si trasformerà in rifiuto, il Paese rischierà di sprecare un'opportunità storica. Come ammonito da Mario Draghi, la paura dell'innovazione è una scelta che l'Italia non può permettersi. La scuola è chiamata a scegliere la sua posizione.