Le parole di Umberto Galimberti, pronunciate durante la conferenza “L’uomo nell’età della tecnica” al Festival del Futuro di Vicenza, pongono interrogativi cruciali per il mondo della scuola. In un’epoca in cui la didattica digitale viene spesso presentata come soluzione automatica ai problemi educativi, il filosofo invita a una riflessione più profonda: la tecnologia non è neutra e il suo uso prolungato, soprattutto in età evolutiva, produce effetti significativi sullo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale degli studenti.
«Se un bambino sta davanti allo smartphone dodici ore al giorno, non importa se lo usa per cose buone o cattive: il danno c’è comunque».
Questa affermazione chiama direttamente in causa scuola, docenti, famiglie e decisori politici, imponendo un ripensamento del modo in cui il digitale viene introdotto nei contesti educativi.
Scuola digitale: opportunità o apparato tecnico?
Negli ultimi anni la scuola è stata investita da una forte spinta alla digitalizzazione: LIM, tablet, piattaforme di e-learning, registro elettronico, intelligenza artificiale. Questi strumenti hanno ampliato le possibilità didattiche, ma hanno anche contribuito a trasformare la scuola in un sistema sempre più regolato da logiche tecniche.
Riprendendo Günther Anders, Galimberti descrive una società in cui l’uomo diventa “pastore delle macchine”. Applicata alla scuola, questa visione rischia di ridurre l’istituzione educativa a un apparato funzionale, orientato a:
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efficienza
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velocità
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misurabilità dei risultati
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standardizzazione dei processi
La didattica digitale, se non governata pedagogicamente, può trasformarsi in una sequenza di procedure: compilare piattaforme, raggiungere obiettivi quantitativi, rispettare tempi imposti dalla tecnologia, riducendo lo spazio per il dialogo educativo e la relazione docente-studente.
Didattica digitale e sviluppo cognitivo: il nodo dell’infanzia
Il pensiero di Galimberti è particolarmente rilevante per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo, dove l’apprendimento passa attraverso il corpo, il gioco, l’immaginazione e la relazione. L’esposizione prolungata agli schermi rischia di comprimere queste dimensioni fondamentali.
La tecnica, nella sua razionalità estrema, tende a espellere ciò che non è funzionale:
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il tempo lento dell’attesa
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la noia creativa
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la fantasia
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il sogno
Elementi che, dal punto di vista pedagogico, sono invece indispensabili per la costruzione del pensiero. Una didattica digitale non mediata rischia di anticipare precocemente modalità di apprendimento astratte e decontestualizzate, poco adatte allo sviluppo globale del bambino.
Politiche educative e digitalizzazione: oltre l’entusiasmo tecnologico
Le riflessioni di Galimberti sollecitano anche una lettura critica delle politiche educative orientate alla digitalizzazione della scuola. Investire in tecnologie è necessario, ma non sufficiente. Senza una visione pedagogica, il rischio è confondere innovazione con tecnologizzazione.
Le politiche scolastiche dovrebbero interrogarsi su alcune questioni chiave:
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Qual è il tempo corretto di esposizione al digitale nelle diverse fasce d’età?
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Quali competenze devono essere sviluppate prima dell’uso intensivo delle tecnologie?
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Come formare i docenti non solo sul piano tecnico, ma su quello pedagogico ed etico?
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Come tutelare il benessere psicologico degli studenti?
In assenza di risposte strutturate, la scuola rischia di adeguarsi passivamente alla tecnica, invece di governarla.
Disagio giovanile, scuola e benessere digitale
I dati citati da Galimberti sul consumo di psicofarmaci e sostanze stupefacenti evidenziano un disagio profondo che attraversa anche il mondo scolastico. La scuola è spesso il primo luogo in cui emergono segnali di malessere: ansia, isolamento, difficoltà relazionali, calo dell’attenzione.
In questo contesto, la didattica digitale non può essere pensata solo in termini di efficacia didattica, ma deve includere una riflessione sul benessere digitale. Educare al digitale significa anche insegnare a:
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disconnettersi
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gestire il tempo online
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riconoscere i segnali di dipendenza
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valorizzare la relazione in presenza
Educare al limite: una nuova responsabilità della scuola
Il cambio di paradigma proposto da Galimberti — dall'antropocentrismo al biocentrismo — ha ricadute dirette sulle finalità educative. La scuola non può limitarsi a formare competenze tecniche spendibili nel mercato del lavoro, ma deve educare alla responsabilità, al limite, alla cura della vita in tutte le sue forme.
In questa prospettiva, la tecnologia diventa uno strumento subordinato al progetto educativo, non il suo motore. La scuola è chiamata a preservare ciò che la tecnica tende a espellere: l’umano, la fragilità, la lentezza, il pensiero critico.
In conclusione le parole di Galimberti non sono un rifiuto della tecnologia, ma un invito a governarla pedagogicamente. Scuola, famiglie e istituzioni hanno una responsabilità condivisa: costruire un uso del digitale che non impoverisca l’esperienza educativa, ma la arricchisca.
In un tempo dominato dalla tecnica, la vera innovazione educativa consiste nel mettere al centro la persona, non lo strumento.
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